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Io, che non vorrei avere più paura - Una donna che ci ha voluto regalare la sua testimonianza - 25 Novembre 2014

In questo 25 novembre vogliamo dare voce ad una donna che abbiamo conosciuto e che ci ha fatto dono della sua storia. La condividiamo affinchè il suo racconto arrivi lontano e come vorrebbe lei arrivi "a chi di dovere". Perché come dice Lydia Cacho nel suo ultimo libro "Il silenzio uccide più di un coltello o una pistola. È più nocivo del fastidio di parlare".

"Mi chiamavo E. un nome romantico e bellissimo, ora sono idiota, testa di cazzo, rompicoglioni, idiota idiota idiota, mantenuta, mantenuta, mantenuta, idiota idiota idiota.
Se qualcuno gridasse “idiota”, io mi girerei, senza alcun indugio.
Ho fatto un solo errore: posare gli occhi su di lui.
Le mie bambine non sono l’errore: loro sono la vita, la metamorfosi, l’aria, il futuro, la crescita, la fiducia, la speranza.
Eppure è la vita delle bambine, il loro “esserci ed essere” che mi ha trasformato nell’idiota che rappresento.
Io sono qui, fra queste mura, perché loro sono qui. E non posso immaginarle da nessuna parte, se non con me e solo con me.
Eppure, non riesco a piegarmi, a stare zitta, inerme, impassibile, morta. Veramente ho anche provato, con scarsi risultati e il senso dell’umiliazione ancora più evidente.
Io, per davvero, non riesco ad annullarmi, in sua presenza, non riesco a confondermi fra l’arredo della stanza, a fare la vita del “paralume”.
Io sono nata per fare altro, ho studiato e lavorato per essere E. e non l’idiota, la mantenuta e via così.
E so che mi farà a pezzi.
Dentro è già a buon punto, mi terrorizza solo a guardarlo, quando si muove, è anche peggio.
Certo, poche cose. E’ furbo, non si sa mai che salti fuori la sua brutalità, la sua perfidia, il suo sadismo.
È così simpatico a tutti, non mi crederebbe nessuno. E lui lo sa.
Si limita a stringermi le braccia, a farmi cadere, a comprimermi le costole fra la porta; in fin dei conti non mi sono scansata al suo primo avvertimento.
Sono per davvero un’idiota allora?
Lui sa, che non corro a denunciarlo perché si scatenerebbe l’inferno degli assistenti sociali, delle case famiglia, dell’affido congiunto.
Affido congiunto e assistenti sociali?
… ma perché, lo Stato in cui vivo, scatenerebbe gli assistenti sociali e si prodigherebbe per l’affido congiunto, se raccontassi che lui mi ha stritolato il corpo nella porta?!
Lo Stato, non dovrebbe aiutarmi a liberarmi di lui, a rifarmi una vita con un lavoro, un appartamento, con la sensazione di poter davvero crescere le mie figlie?
Sapete, il punto è proprio questo: vivrò abbastanza per veder crescere le mie bambine, o finirò di respirare in una pozza di sangue o passerò le giornate in lacrime, immaginando le bambine tra le scadenze dell’affido congiunto?
Per quanto dovrò pagare l’errore di aver posato gli occhi su di lui?
Lo Stato abbasserà lo sguardo, per l’ennesima volta, anche sul mio corpo martoriato?
Dove e con chi finiranno le mie bambine?
Una donna, una madre, come può denunciare se non è protetta, se non può crescere i propri figli e ricominciare a vivere?
Com’è possibile, uccidere una donna, dopo che ha denunciato?
Bisogna per forza essere accoltellate, sfigurate, dilaniate per scatenare la caccia all’uomo?
Mi chiamo E.
Una piccola parte di me sa che non sono l’idiota, che mi piace la nebbia, il mare, l’aria, il freddo, ridere e leggere.
E non voglio morire, fra le sue mani, non voglio morire con gli occhi spaventati, non voglio sentire dolore e lasciare questa vita nel terrore.
Io voglio vivere.
Voglio vivere con le mie bambine, voglio lavorare, provvedere a loro e non guardarmi alle spalle.
Non voglio morire.
Io non voglio morire."